non ti ho ho mai detto niente
dei chilometri di niente fuori
dal finestrino. quelli me li
tenevo dentro. ti dimenticavo,
dividevo il tuo nome in sillabe,
scrivevo sui muri della mia
stanza perché erano di carta.
scrivevo di te, della tua testa
bianca nella penombra del letto
a castello, di me, di mio padre
che in piazza castello mi diceva:
vivi, dimentica di avere una casa.
allora ascolta, bisogna far sparire
tutto: io sono quello che hai visto
e quello che non vedi. mi vedevi
arrivare alla fermata della metro
con la mia solita faccia, gli occhi
pronti a inacidirsi, i piedi pronti a
ballare sul bordo del bicchiere.
ricordi? stare su quel balcone per
sempre, fare finta che non ci fosse
nessuno oltre la parete, o gli anni
fra noi o le nostre storie di padri
e madri, ma i tuoi baci precoci
e i miei tardivi, le mie risse
mancate e le tue ginocchiate,
le fughe uguali e diverse, la
mia schiena e le tue gambe,
il modo furtivo con cui ti sfilavi
le mutande… e come potevamo
sapere che sarebbe arrivato
settembre? milano deserta
e i taxi presi e mai arrivati
sotto casa tua, già allora
avremmo dovuto capire. sul
muro di carta scrivo: mi manchi
amica perché non sei mai stata
mia, mi manchi perché non te
ne sei mai andata via.
—e come potevamo sapere che sarebbe arrivato settembre? (2011)