sono e resto magro,
ti dico. anche quando
a forza t’incido il mio
secondo nome sulla
schiena, sul labbro
proteso. abbracciarmi,
hai detto una volta, è come
stringere forte un ago nella
mano. è vero, sono e resto
magro, ripeto: l’ago che buca,
s’infila dove non hai più difese,
poi sbuca, si rinfila e sbuccia,
sfrega, cuce, lega insieme,
salda la nuova ferita, unisce
le lettere sparse lungo le tue
per niente lunghissime gambe. e
sulle braccia apparenti scarabocchi,
figure di animali, linee di nazca.
brucia, dici come una bambina,
passandoci sopra le dita. non
dici se è una richiesta o una
domanda. ma se ti resta il segno
ti deve restare, che quando mi
alzo e me ne vado è come se
non me ne fossi mai andato.